Questo post è una propaggine del precedente. Ascanio mi ha chiesto di inserire questo intervento che non è possibile inserire in una risposta in quanto la piattaforma che ospita questo blog fissa il limite di battute a 2000.
Ospito volentieri l’intervento di Ascanio in quanto il dibattito sulla “vertenza” aperta dai Giovani Comunisti di Basilicata ha “scatenato” (nel senso buono…) ragionamenti che con il tema del precedente post possono apparire fuori tema ma che, a mio parere, hanno un logico concatenamento.
___________
Anche io cercherò di dare il mio contributo sul tema della crisi della politica. Chiaramente il tema è molto più complesso di quello che provo a sintetizzare. È vero che oggi ci sono delle differenze nette rispetto al novecento, è modificato il rapporto capitale-lavoro ( e di conseguenza tutto l'assetto socio-politico che eravamo abituati a conoscere), assistiamo al passaggio dell'egemonia internazionale dagli Stati Uniti alla Cina ( e questo è un punto da non sottovalutare perché porta con se una marea di contraddizioni, tra queste l'avvento della precarietà come cardine dell'assetto economico dei paesi occidentali e la guerra globale e permanente come ultimo tentativo per arginare l'ascesa delle nuove superpotenze...) e, soprattutto, la competizione capitalistica si è spostata da un piano meramente localistico (stato-nazione o continenti) ad un piano globale. Proviamo a concentrarci sull'ultimo punto. Il mondo diventa un grande mercato gestito e controllato dai colossi monopolistici ( quasi sempre privati tranne Gazprom) che spesso sono anche in aspra competizione tra loro. Assistiamo ad uno spostamento della centralità dallo Stato nazione all'interesse privatistico. Di conseguenza anche i luoghi decisionali cambiano. Si passa dalle istituzioni statali democraticamente elette (che ideologicamente possiamo contestare o no) ad organi tecnocratici (illegittimi??) come, ad esempio, WTO, FMI, Banca Mondiale, BCE che hanno il potere di mandare in bancarotta stati interi. Per avere un esempio basta pensare che è degli ultimi giorni l'imposizione della Banca Centrale europea di spostare i proventi del tesoretto al risanamento dei conti pubblici e non al tanto sospirato risanamento sociale. In questo contesto i partiti e le grandi organizzazioni di massa perdono il loro ruolo storico, quello cioè di strumenti di trasformazione della società (sia i partiti di classe che quelli borghesi- interclassisti) riducendosi a diventare meri gestori della quotidianità e delle decisioni già prese in altre sedi (il nostro ragioniere Padoa Schioppa credo sia un ottimo esempio). Ed ecco che la politica ed i partiti in Europa ed in occidente entrano in crisi, perché non sono in grado di indirizzare l'economia, perché subiscono le decisioni di chi, invece, realmente determina i mutamenti sociali e perché non riescono più a dare speranze agli uomini e alle donne. Questo è il tasto dolente. La politica che non è in grado di produrre speranza non è politica, perde il suo peso nella storia, diventa quasi uno spettacolo patetico. Ed arriva Berlusconi il venditore di fumo ( mi ricorda un altro in questa regione...) che attraverso una mistificazione della realtà, attraverso una presa per culo generale ( PASSATEMI IL TERMINE) diventa presidente del Consiglio e rovina un'intera nazione socialmente, economicamente e purtroppo culturalmente. Crisi della politica è quindi crisi della democrazia, delle istituzioni democratiche, dei luoghi e dei momenti di costruzione di democrazia. Crisi dell'interesse e della partecipazione. È chiaro che risposte è quasi impossibile darne. Bisogna navigare in mare aperto coscienti che oggi la gente ha più fiducia nella polizia che nei partiti politici ( sondaggio di Repubblica). Io credo che bisogna davvero riappropriarsi dei luoghi di costruzione collettiva, creare contenitori nuovi che gli altri possano riempire di contenuti, avere davvero la speranza ( è questa non è da vetero comunisti) di rivoluzionare l'esistente, di rimettere in discussione il presente, di non dare un volto umano a ciò che di umano ha ben poco ( parlo della globalizzazione) ma di trovare insieme percorsi di cambiamento possibili, camminare domandando dice Marcos, interrogandoci ed analizzando il nostro mondo, tenendo ferma sempre la prospettiva di emancipazione di una società che solo il binomio libertà ed uguaglianza è in grado di determinare, usando la non violenza come unica arma che abbiamo a disposizione.
ascanio
Si sono tenuti ieri a Potenza gli “stati generali” del “Patto con i Giovani”, il progetto messo in piedi dalla Regione Basificata per cercare di risolvere il problema della disoccupazione giovanile in Basificata. I giudizi su questo progetto non sono entusiasmanti, la pur lodevole iniziativa non sarà soluzione ottimale per fermare il flusso migratorio dei giovani lucani. Occorre altro. Nel dibattito si inseriscono i Giovani Comunisti di Basificata che con un tempismo sicuramente meditato nel giorno della manifestazione finale del Patto con i giovani escono con un documento che aprono la vertenza denominata “Giovani in Basilicata”. Riporto qui sotto, per intero, il documento. Un documento che condivido in pieno, come si dice, compresa punteggiatura ed accenti. Apriamo un dibattito partendo dalle sensate parole dei Giovani Comunisti di Basificata
___________________
La condizione dei giovani in Basilicata e nel Mezzogiorno, è preoccupante; la precarietà determina contraddizioni molto più avanzate rispetto ai luoghi di maggiore benessere e produttività: infatti non si pone soltanto come condizione lavorativa ma si afferma in maniera totalizzante. La precarietà in Basilicata è sinonimo di mancanze: mancanza di lavoro, di prospettive, di luoghi e momenti di aggregazione, di incontro e crescita collettiva, di indipendenza ed autonomia. Queste mancanze che si riassumono emblematicamente nel fatto che i giovani lucani vivono in un contesto in cui un quarto delle famiglie è al di sotto della soglia di povertà, rappresentano il vero e proprio dramma di questa regione, anche perché creano dipendenza e subordinazione verso chi ci governa. Gli stessi giovani sono tra i primi posti in Italia per il consumo di droghe pesanti e di questi in particolare le donne. La giunta regionale ci ha proposto il "Patto con i giovani", una legge che si pone l’obbiettivo di risolvere la complessa questione giovanile dimostrandosi invece, ad un anno dalla emissione, sterile ed inefficace. Per una serie di ragioni. Innanzitutto c’è la questione della partecipazione giovanile. La giunta, tra falsi proclami e slogan propagandistici, scriveva di un patto che si fondava sul dialogo e sull’interazione constante. Nei fatti oggi ci chiamano ad interloquire a cose già fatte, come spettatori più o meno interessati. Avremmo preferito che davvero i giovani e non soltanto il ceto politico giovanile fossero considerati fin dall’inizio come soggettività sociale. Di fatto è mancato il coinvolgimento di tutte quelle realtà come la scuola, l’Università, le associazioni giovanili che sono i luoghi naturali dell’aggregazione sociale. Pensiamo che l’autonomia ed il protagonismo giovanile siano percorsi che si costruiscono giorno per giorno, la democrazia non è un allenamento oratorio ma una pratica reale. La politica deve avere il coraggio di stimolare questa pratica. Invece il Patto risulta essere null’altro che la semplice accozzaglia di provvedimenti già esistenti, messi insieme a formare un pacchetto che a noi pare utile solo per proliferare il consenso elettorale. 81 milioni di euro sono una somma abbastanza considerevole. A noi non basta sapere che queste risorse vengono spese ma ci interessa il modo in cui si investe. Proprio perché, a differenza di chi ha scritto questo Patto, non crediamo che il talento sia una virtù individuale, quasi un fattore genetico, ma che debba essere un valore collettivo che si da in condizioni di uguali possibilità. Consideriamo di primaria importanza intervenire sul tema del diritto allo studio e sulla lotta alla precarietà. Per quanto riguarda la questione del DIRITTO ALLO STUDIO esigiamo politiche che siano realmente incisive. È ridicolo che a fronte di un 25% dei giovani a rischio povertà, il bilancio annuale dell’ARDSU sfiori a mala pena il tetto dei 10 milioni di euro. Considerando che la maggior parte di queste risorse servono per pagare le spese amministrative e del personale, solo circa 6 milioni vengono utilizzate a scopo sociale. di questi 2,5 milioni vengono utilizzati per l’erogazione delle borse di studio. Chiaramente questa cifra non copre quello che è il fabbisogno reale: gli aventi diritto, infatti, sono molti di più dei beneficiari. Gli alloggi universitari a Potenza ospitano soltanto 128 studenti, i quali spesso riscontrano disagi legati alla qualità dei servizi ( lo dimostrano alcune petizioni di protesta firmate da studenti e consegnate agli uffici di presidenza dell’ARDSU ). Chiediamo di aumentare gli investimenti nel diritto allo studio affinché tutti gli aventi diritto possano usufruirne, di aumentare il numero di borse di studio da erogare, prevedere ulteriori posti letto nelle Case dello Studente, agevolare le condizioni dei pendolari e dei fuori sede e riconoscere in maniera più generale la condizione dello studente nella città facilitando l’accesso ai trasporti, agli eventi culturali e ricreativi. Punti questi del nostro programma elettorale che ha visto vincere a Potenza alle elezioni del CNSU la lista “ A Sinistra in Movimento” con il 30% dei consensi. Il Presidente De Filippo ha dichiarato pubblicamente che grazie al Patto con i Giovani 1000 ragazzi hanno trovato un impiego. Questo dato non ci risulta. Sappiamo invece che 576 aziende hanno fatto richiesta per 1000 posti di cui solo il 25-30% si tradurranno in assunzioni reali. Poiché si rischia di scemare nella propaganda e visto che non ci sono dati ufficiali ai quali fare riferimento chiediamo una valutazione di placement con valutatori indipendenti pagati dall’UE che fanno parte delle misure di accompagnamento dei programmi e sono necessarie al fine della trasparenza. Abbiamo il diritto di conoscere il numero effettivo delle persone che lavorano, la reale portata dell’impatto occupazionale e, soprattutto, la qualità dei livelli occupazionali, visto che il 38% dei giovani laureati che trovano occupazione in Basilicata non sono soddisfatti perché sotto-utilizzati rispetto alle competenza. Questo è il dato più alto in Italia (dati ISTAT 2005). Inoltre va ricordato che il 52% dei giovani laureati lucani trovano occupazione solamente fuori regione. Un Patto con i Giovani che si rispetti, di questi tempi, dovrebbe essere innanzitutto un patto contro la precarietà: vincolare i sussidi alla creazione di posti di lavoro stabili, prevedere un’integrazione di reddito per i periodi di inattività, mantenere vive le esperienze lavorative e di formazione nelle fasi di transizione, immaginare forme di salario sociale per alleviare il disagio materiale e morale. Ma il punto principale di critica che noi sentiamo di fare al Patto con i Giovani riguarda la totale mancanza di una programmazione strategica degli investimenti che possa essere di lungo periodo e parta dalla vocazione del territorio e dei giovani. I dati parlano chiaro: 27000 sono i giovani disoccupati (36%), di questi 3000 non hanno alcun titolo di studio e 8000 solo la licenza media. Riteniamo prioritario che per questi venga attivato un piano di formazione e di riqualificazione professionale Considerato che vanno inclusi anche 13000 diplomati e 3000 laureati ci chiediamo e chiediamo al governo regionale che fine faranno questi giovani, quali possibilità avranno, come la regione influirà per garantirne una occupazione reale e stabile. A dire il vero l’unico dato che riusciamo a notare è che nei prossimi sei anni (2007-13) 4000 giovani a basso livello di istruzione usciranno dalla scuola per entrare nel mercato del lavoro; lo stesso vale per 12000 diplomati e 13800 laureati. Come si governeranno queste fasi di transizione, quali ulteriori patti verranno inventati per fingere di risolvere queste emergenze? A noi interessa ragionare su questi dati, su dati vivi che chiedono una programmazione di prospettiva che si differenzi dall’elargizione di finanziamenti a pioggia ad un tessuto produttivo che per il 78% è fatto di micro-imprese fino a 10 dipendenti che non presenteranno nel tempo aumenti dell’offerta occupazionale. Parliamo di una programmazione integrata che si fondi sull’innovazione, e sulla valorizzazione del territorio. Ci risulta che dai fondi FESR della programmazione 2007-13 soltanto 31 milioni su 300 sono destinati ad attività con contenuto occupazionale in linea con i livelli di istruzione universitaria. Risultato: 100-150 persone ne usufruiscono rispetto ai 2300 laureati che ogni anno escono dall’università. Investendo nella ricerca, con contratti fino a quattro anni, considerando 2000 € al mese pro-capite con 170mln €, poco più della metà del FESR avremmo 1700 occupati in più. Questo vuol dire programmare l’azione politica partendo dalle reali necessità dei giovani. Per queste ragioni apriamo oggi una vertenza con l’amministrazione regionale, ponendo domande sui bisogni reali e per le quali attendiamo risposte immediate. Ci chiediamo infine quale modello umano e di relazioni sociali, quale modello istituzionale la politica lucana ci sta offrendo oggi. Sono innanzitutto i giovani a chiedere altra umanità, altra civiltà, altro tipo di moralità a questa classe dirigente.